Ricordando Maria Cristina Luinetti

CESATE RICORDA MARIA CRISTINA LUINETTI
A vent´anni dalla sua morte la scuola di Cesate e l´amministrazione comunale dedicano a Maria Cristina alcuni momenti per ripercorrere la sua vita, la scelta di dedicarsi agli altri attraverso il volontariato, il suo viaggio in un paese in guerra, la sua morte.
Mogadiscio, 9 dicembre 1993
‘Sono quasi le 11, c´è molta gente nel cortile, nelle stanze, dappertutto… Ci sono alcuni pazienti che litigano… mentre cerchiamo di appianare ogni malinteso sentiamo una voce perentoria, ci giriamo e ci troviamo una pistola puntata contro… Guardo lo sguardo determinato di chi la impugna: mi faccio forza, alzo le mani, faccio due passi indietro e comincio a correre con tutte le mie forze verso il cortile e l´ambasciata… Il maggiore ordina di intervenire… c´è un fuggi fuggi generale… sento sparare… Cristina non arriva…’
Da Il coraggio della fede di Massimiliano Luinetti
sabato 30 novembre, h. 15.00 | Croce Rossa Italiana ­ sede di Saronno
INAUGURAZIONE
Al monumento alla memoria dopo la restaurazione e alla mostra dedicata
NOTE E PAROLE
Per ricordare Maria Cristina

venerdì 6 dicembre, h. 21 | Palazzo Municipale di Cesate
TAVOLA ROTONDA
con la famiglia Luinetti, don Carlo Gaggioli, Luca Bettinelli, Istruttore Diritto Internazionale Umanitario e Pinuccia Sala, ispettrice delle infermiere volontarie CRI di Saronno
Le parole di una giovane donna a cura di Roberta Mandelli

Nella hall | IN MEMORE, allestimento con i contributi degli studenti dell´istituto comprensivo di Cesate
domenica 8 dicembre, h. 11.30 | chiesa parrocchiale Santi Alessandro e Martino
CELEBRAZIONE MESSA
dedicata alla memoria di Maria Cristina Luinetti
lunedì 9 dicembre, h. 10 | cortile scuola primaria Maria Cristina Luinetti
RICORDANDO MARIA CRISTINA
con Fernando Panico [dirigente scolastico] Roberto Della Rovere [sindaco] Luca Bettinelli e Pinuccia Sala, [istruttore e ispettrice della Croce Rossa di Saronno]
LETTURE
Raccontiamo Maria Cristina a cura degli studenti dell´IC di Cesate
Le parole di una giovane donna a cura di Francesca Paganini
UN SALUTO
Canti gospel con i ragazzi della scuola
Ventiquattro anni, capelli chiari, alta, con tanta voglia di vivere facendo qualcosa di buono per gli altri. Era venuta per questo in Somalia: per aiutare poveracci e derelitti. E invece Maria Cristina Luinetti, crocerossina, ha trovato la morte a Mogadiscio, trafitta da nove pallottole sparate da un killer solitario entrato nel poliambulatorio italiano, proprio di fronte alla base dei bersaglieri e degli incursori. La sua collega, Renata Cotroneo, è scampata per miracolo alla stessa sorte. Sono le 11.15 di un mattino che sembra come gli altri. Davanti alla porta del poliambulatorio italiano c´è , al solito, gente in attesa di una visita, di una medicina o di un semplice conforto, che cerca di sfuggire alla calura opprimente riparandosi sotto una pensilina. Nessuno presta attenzione a Musse Mohammed Ali quando varca il cancello del centro medico, neppure i poliziotti somali di guardia, incaricati di accertare che non entri gente armata. L´ uomo, un quarantenne, sembra un paziente come gli altri. Entra in un primo locale, sfodera due pistole. Urla, minaccia, comincia il fuggi fuggi generale, anche se qualcuno resta impietrito. Passa in un secondo locale, quello della dialisi, dove c´è Maria Cristina. A questo punto non si sa bene cosa sia successo. Certo è che la ragazza non riesce a scappare. Musse la scaraventa in uno sgabuzzino, le colpisce la nuca con il calcio della pistola e poi fa fuoco. Uno, due colpi, tutto il caricatore. Poi esce, mentre dalla palazzina di fronte accorrono i soldati. Appena lo vedono, gli italiani sparano. Musse cade ferito, lascia la pistola ancora carica e si arrende. La gente emerge feroce dagli angoli dove si era rifugiata e lo circonda. Vuole linciarlo. Il killer viene salvato a stento e portato all´ ospedale marocchino, medicato e ritrasferito nella base italiana. Lo interrogano. Perché l´ hai fatto? “Non mi avevano dato retta subito”. “Mi dispiace, non volevo. Chiedo scusa alla famiglia”. Poi confessa: “Sono stato in cura da uno psichiatra per mesi. Ho preso tante medicine”. L´ altra crocerossina, Renata Cotroneo, è sotto choc. Conferma in lacrime al maggiore Gianfranco Scalas: “Cristina non è riuscita a scappare con me”. Anche il generale Carmine Fiore, comandante del contingente italiano, è sconvolto: “Un soldato può essere un obbiettivo, ma questa era una ragazza venuta qui per aiutare la gente. Non faceva altro che del bene. Sono cose incomprensibili. Sono profondamente addolorato”. Fiore nei prossimi giorni avrà un´ ingrata incombenza: dimostrare ai responsabili di Unosom che le crocerossine sono parte integrante del nostro contingente e quindi le famiglie hanno diritto al risarcimento previsto in caso di morte. All´ Onu ieri già dicevano: “Nel contingente italiano non ci sono donne”. Nel pomeriggio tutti i notabili di Mogadiscio Nord, la zona dove operano gli italiani, portano le condoglianze a Fiore. Sono molto irritati per quanto è accaduto. “Era un pazzo, solo un pazzo”, dichiarano il capo della polizia, generale Gilao, il capo della tribù dei daud, Ali Ugas, e l´ anziano e ascoltato Osman Robleh. Ma con questo incidente diventa più difficile trasferire ai somali quelle strutture che erano gestite dagli stranieri. Il poliambulatorio era ormai quasi del tutto in mani locali: la sicurezza, i medici e gli infermieri. Erano rimaste soltanto due crocerossine per aiutare, coordinare e intervenire quando fosse stato necessario. Un pazzo, sì. Ma a Mogadiscio è facile diventare d´ un tratto pazzi. Lo conferma il dottor Buho, uno dei tre psichiatri che lavorano in città. Il suo ambulatorio è in una strada devastata. Le case accanto sono sventrate dalle cannonate. Eppure qui lui fa psicoterapia di gruppo, junghiana per la precisione. “Ho avuto casi devastanti. La paura della guerra, la continua presenza delle armi, necessarie per difendersi ma spesso detestate dal proprio Io, hanno provocato reazioni violente. Alcuni pazienti si sono suicidati, altri si sono autoevirati per poter credere di essere donne e sfuggire alla realtà quotidiana dei massacri, delle razzie, degli omicidi”. Il dottor Buho, laureato in Italia, era il direttore dell´ ospedale psichiatrico di Mogadiscio. “Purtroppo la situazione non permette cure intensive, ma ci sono parecchi soggetti pericolosi in giro”. Viene così alla luce un´ altra triste realtà sommersa che si affianca a quella ben più visibile di una capitale dove sono ricominciati a ritmo serrato gli assalti dei banditi.